Crescere i bambini digitali, tutto intorno a loro ... o quasi

Internet, Social Network, App, Giochi virtuali, Smartphone, Tablet, Smart TV... chi più ne ha più ne metta. I nostri figli digitali nella fascia 6 - 13 anni sono davvero i più vulnerabili?

Tutto questo è un rischio o una opportunità? Da anni facciamo formazione come volontari, unitevi a noi per saperne di più e raccontarci le vostre tecniche per essere dei bravi Genitori digitali. Richiedete formazione personalizzata per la classe dei vostri figli.

Far sognare i ragazzi mettendo a loro disposizione la nostra esperienza

Stupro virtuale, il delirio di insulti che può uccidere. Il WEB come tremendo amplificatore

Uomini che postano foto di donne ed ex e invitano la community a insultarle.

E' lo "stupro virtuale" l'ultima frontiera della violenza sul web: gruppi chiusi dei vari social network su cui uomini, giovani e adulti, postano foto innocenti, con tanto di nome, di una donna, spesso di una ex, e invitano gli altri membri della community a bersagliarla di offese, insulti e umiliazioni in quello che diventa un vero e proprio "delirio diffamatorio".

A lanciare l'allarme, parlando di "drammatico sviluppo" del fenomeno, e' stato Roberto Sgalla, direttore centrale della Polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i Reparti speciali della Polizia di Stato, intervenuto alla conferenza internazionale sulla violenza contro le donne fondata sull'onore.

Ha spiegato Sgalla: "Accanto ai reati fisici esiste da tempo una nuova tipologia di reati commessi attraverso gli strumenti informatici. In particolare, tra adulti ma anche tra minori e' sempre più frequente lo scambio di materiale che riguarda la vita intima e sessuale: il tutto si basa sul consenso reciproco, ma il problema e' che questo materiale resta su supporti informatici, e' difficile se non impossibile da rimuovere, sfugge alla disponibilità dei singoli. Quando una relazione finisce, può capitare che la vendetta di chi si sente abbandonato preveda proprio la diffusione di certi video e di certe immagini, che finiscono con il diventare virali provocando reazioni drammatiche, nei casi estremi persino il suicidio, delle vittime. Ennesima dimostrazione del fatto che la rete rappresenta una grande opportunità, ma pò' essere anche palestra di nefandezze e di comportamenti criminali".

Violenza fondata sull'onore: cos'è

Contrastare un fenomeno sottaciuto, ma ancora molto frequente, definito "violenza fondata sull'onore", ovvero l'insieme di pratiche impiegate per controllare il comportamento, quasi sempre di donne, ed esercitare un potere, entro le famiglie e le comunità, allo scopo di proteggerne i valori educativi, culturali e religiosi, è l'obiettivo del Progetto "Hasp - Honour ambassadors against shame practices", finanziato dall'Ue nel quadro del programma Daphne III e coordinato dalla Facolta' di Medicina e Psicologia della "Sapienza" di Roma.

La "violenza fondata sull'onore" scatta quando l'autore considera che un individuo, di solito una donna, ha portato vergogna alla famiglia o alla comunità infrangendone le regole sull'onore. Il progetto adotta un approccio di genere e include la prevenzione delle varie pratiche quali il matrimonio forzato, per arrivare ai cosiddetti crimini d'onore, considerando le ampie variazioni assunte dal fenomeno nei Paesi partecipanti. Nell'occasione sono stati presentati cinque rapporti nazionali elaborati sulla base di uno studio sociologico e giuridico e attraverso il confronto diretto con le comunita' maggiormente colpite dal fenomeno, quali le comunità rom, pakistane, bengalesi, maghrebine e sudamericane dei Paesi coinvolti nel progetto.

I N T E R N E T Festival 2017 - Pisa

#SENTIMENTformediFuturo

Nessuna crisi del settimo anno, il Festival si ripresenta più interessante che mai.

“Forme di futuro”, payoff del Festival, nell’edizione 2017 diventa la cornice all’interno della quale collocare i temi dell’innovazione digitale e del mondo della Rete. IF2017 delinea soluzioni, racconta prospettive, descrive prodotti e servizi che caratterizzeranno il futuro prossimo venturo.

L’edizione 2017 ha, poi, un focus sull'argomento definito dalla parola chiave #sentiment. La community della Rete, infatti, è un microcosmo ricco di #opinioni, #emozioni e #pensieri, oggi oggetto, grazie agli attuali strumenti tecnologici, di una esplorazione socio-antropolo- gica in grado di cogliere orientamenti, direzioni e tendenze dei suoi abitanti.

Leggere la rivoluzione digitale attraverso la chiave del #sentiment restituisce umori politici, istanze sociali, movimenti culturali, tendenze economiche che orientano la realtà quotidia- na e caratterizzano la nostra contemporaneità.

L’analisi del #sentiment, la visione in “soggettiva” delle informazioni apre scorci sui modelli di #relazione e sugli interessi delle singole community.
Gli algoritmi si trasformano in #sentimenti, intesi come modi di pensare e percepire la realtà circostante.

La sentiment analysis indaga le modalità di #accettazione/#reazione a sollecitazioni emotive/ verbali/visive fin nelle manifestazioni più estreme.


A quale età il cellulare ?

La prima Comunione da qualche anno è lo spartiacque. Arriva tra i regali dei nostri figli come i gloriosi orologi Casio con il cronometro che per la Generazione anni '70.

Siamo sempre più convinti grazie all'osservatorio che ci forniscono le scuole Elementari che il problema non è l'eta n cui si consegna uno smartphone ai bambini, m ala consapevolezza che noi genitori abbiamo di quello che possono fare.

Vi riportiamo un'intervista che offre spunti di riflessione e riconduce al tema sempre attualissimo del CyberBullismo.

Bellissimo il Video che vi proponiamo sempre nell'ottica di condividere con i vostri figli con un approccio educativo diretto e reale.

‘Lo smartphone? È come l’automobile: non si può usare a qualsiasi età’: parola di psicologa
Anna Oliverio Ferraris.

“Molti genitori regalano il cellulare già alle elementari, ma è troppo presto. Non andrebbe dato prima dei 16 anni. Il cervello dei bambini è davvero troppo immaturo per gestire una tecnologia tanto complessa. Così come non si dà un’automobile prima dei 18 anni, con lo stesso principio bisognerebbe gestire il cellulare”.
L’intervista prende le mosse dal “nuovo bullismo” quello che si diffonde su internet attraverso l’uso di cellulare e computer e che, secondo la psicologa, che ha scritto il libro “Piccoli bulli e cyberbulli crescono” (Bur), è più pericoloso.
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Minacce e pestaggi dentro e fuori dalle scuole. Violenze fisiche e psicologiche protratte per mesi o anni. E, sempre più spesso, persecuzioni “virtuali” con conseguenze tragicamente reali. Nelle sue molteplici forme, il bullismo è una delle costanti preoccupazioni di genitori e insegnanti, alla ricerca di soluzioni per un fenomeno che continua ad avere un impatto devastante sulla crescita di molti ragazzi e ragazze. Da sempre attenta e sensibile studiosa del tema, in questo libro – appositamente rivisto e aggiornato con un nuovo capitolo dedicato al cyberbullismo – Anna Oliverio Ferraris esamina il bullismo giovanile in tutti i suoi aspetti: origini e cause delle violenze, dinamiche individuali e di gruppo, reazioni e sentimenti di aggressori e vittime, pericoli e trappole on line, interventi e misure di prevenzione. Spiegando come interpretare i messaggi nascosti dietro i comportamenti dei nostri figli, Oliverio Ferraris ci aiuta ad affrontare i casi di violenza e aggressività in cui bambini e adolescenti possono trovarsi coinvolti. Per capire e trovare soluzioni, per imparare a farsi ascoltare e intervenire nel modo più efficace.
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Il bullo con cui entravamo in contatto noi era di solito il prepotente della classe. Ma era facilmente identificabile e isolabile da insegnanti e genitori. E i compagni, se anche non intervenivano in difesa della vittima, perlopiù nemmeno appoggiavano le azioni del bullo.

Per i nostri figli non è più così. Le nuove tecnologie hanno ridefinito anche il comportamento dei ragazzi dando vita a un nuovo fenomeno, il cyberbullismo.

La differenza è che il nuovo bullo è meno identificabile. E che le sue azioni denigratorie sui social vengono condivise (e quindi sostanzialmente appoggiate) dagli altri compagni, amplificandone notevolmente la violenza.

Nel scorso della Giornata Nazionale contro il Bullismo e il Cyberbullismo a scuola, Safer Internet Day, organizzata dal MIUR in occasione della Giornata mondiale per la sicurezza in Rete, sono emersi aspetti inquietanti da non sottovalutare.

 “Calunnie, insulti, video, possono diffondersi in tempi brevi e raggiungere centinaia di persone” spiega l’esperta.

“L’uso del computer o del cellulare hanno un effetto disinibitorio: si dicono cose che in faccia non si direbbero mai. Per questo è diventato più facile attaccare. Così anche i repressi, che non sarebbero mai stati bulli, tirano fuori l’aggressività e diventano cyberbulli.

E’ come chi guida un aereo bombardiere e bombarda una città, non è come sparare in faccia a uomini, donne e bambini; ma l’effetto non è meno grave, anzi maggiore.
Ad aggravare la situazione è la massa che condivide. Ad esempio è capitato che durante una scazzottata tra due ragazzi, gli altri compagni, anziché intervenire, riprendessero la scena per metterla sui social e avere tanti like.

Ecco i consigli per i genitori:

  • Insegnare ai ragazzi a mettersi nei panni della vittima, in modo che non condividano un contenuto denigratorio, ma lo blocchino.
  • I ragazzi devono imparare a non diffondere immagini e video pericolose per gli altri, ma anche per se stessi. 
  • Spiegate ai figli che divulgare immagini lesive o private di una persona senza il suo consenso è contro la legge e poi sono i genitori a dover rispondere alla polizia postale.
  • Insegnare ai ragazzi a non vendicarsi, a tenere a freno le proprie emozioni e insegnare a dialogare con chi offende, a parlare con gli altri. E’ solo attraverso il dialogo che si possono smorzare sentimenti negativi come la rabbia e la vergogna, che sono alla base dell’odio.
  • E soprattutto non aver fretta di dare un cellulare in mano a un bambino.

Bisogna resistere almeno fino a 16 anni, se aspettare così tanto è troppo difficile, almeno darglielo non prima delle medie impostando però delle regole: si può usare solo in determinati momenti della giornata e i contenuti vanno condivisi col genitore; ad esempio si può dire: “te lo do, ma lo guardiamo assieme”.



Evoluzione della specie: Silent Generation - Baby Boomers - Generazione X - Millennial - iGen ....

Come lo smartphone ha influenzato una intera generazione di bambini

  Jean Twenge - Professore di psicologia, San Diego State University.

Articolo Tradotto, in fondo torvate l'articolo originale

In quanto ricercatore nel campo delle differenze tra generazioni, noto come la domanda più frequente che mi viene posta è: “Di quale generazione sono?”
Se foste nati prima del 1980, sarebbe una risposta relativamente facile: la Silent Generation era quella dei nati tra il 1925 e il 1945; i Baby Boomers dal 1946 al 1964; seguite dalla Generazione X  (nati tra il 1965 e il 1979).
Dopodiché sono arrivati i Millennials, cioè i nati dopo il 1980. Dove finiscono i Millennial, e dove inizia una nuova generazione? Fino a poco tempo fa pensavo (e con me molti altri) che la data più tarda per i Millennial potesse essere il 1999 – ovvero i diciottenni di oggi.
Questa convinzione è però cambiata pochi anni fa, quando ho iniziato a notare grandi cambiamenti nel comportamento e nelle attitudini degli adolescenti, durante le ricerche annuali che conduco su 11 milioni di giovani. Intorno al 2010, i ragazzini hanno iniziato a passare il loro tempo in modo molto diverso dalle generazioni precedenti. Dopodiché, dal 2012 sono improvvisamente comparsi dei cambiamenti nel loro benessere mentale.
Questi cambiamenti indicavano un passaggio generazionale avvenuto intorno al 1995, il che significava che alcuni ragazzini di questa generazione nuova, post Millennial, erano già all’università.
Tutti questi ragazzini o giovani adulti hanno una cosa in comune: la loro infanzia e adolescenza sono state corrispondenti alla comparsa dello smartphone.
Cosa rende diversa la iGen
Qualcuno li chiama Generazione Z, secondo me non funziona.
Neil Howe, che ha coniato il termine Millennial con il suo collaboratore William Strauss, suggerische che questa ultima generazione sia chiamata Homeland Generation, anche se dubito che qualcuno voglia sentirsi chiamare come un’agenzia governativa (la Homeland Security ndr).
Un’indagine del 2015 ha rivelato che due adolescenti americani su tre posseggono un iPhone. È per questa ragione che li ho chiamati iGen. Come ho spiegato nel mio libro “iGen: Why Today’s Super-Connected Kids are Growing up Less Rebellious, More Tolerant, Less Happy – and Completely Unprepared for Adulthood,” questa è la prima generazione a passare la propria adolescenza su uno smartphone.
Cosa rende diversa la iGen? Ogni aspetto della loro vita è stato influenzato dall’essere cresciuti con uno smartphone. Nelle vaste indagini analizzate per il mio libro ho potuto vedere come abbiano passato molto tempo su internet, ‘messaggiando’ con gli amici o sui social, per una media di sei ore al giorno, così da avere poco tempo libero per qualsiasi altra cosa.
Come, ad esempio, andare in giro con gli amici, un tempo attività tra le preferite dai ragazzi. Che si tratti di andare a una festa, o in un centro commerciale, guardare un film, o girare senza meta, i ragazzi iGen partecipano alle attività sociali in misura molto minore dei loro predecessori Millennial.
Gli iGen mostrano altre notevoli differenze con i Millennial: dal 2012, la depressione, l’ansia e la solitudine sono schizzate verso l’alto, mentre la felicità diminuiva.
Il tasso di suicidi è aumentato di oltre il 50%, così come il numero di adolescenti con depressione a livelli patologici.
Una relazione che non può essere ignorata
Mi sono chiesta se queste tendenze – i cambiamenti di come i giovani passano il loro tempo libero, e la loro salute mentale in decadimento – fossero in relazione.
I giovani che passano più tempo sugli schermi sono meno felici e più depressi, e quelli che passano il loro tempo con gli amici sono più felici e meno depressi, ho riscontrato con una certa sicurezza.
Naturalmente, la relazione non dimostra la causa: forse sono gli infelici a usare di più tablet e smartphone.

L’uso dei social media è stato messo in relazione all’infelicità.
Comunque, come ho descritto nel mio libro, ho saputo di tre studi che hanno eliminato questa possibilità, almeno per ciò che riguarda i social media. In due di questi, si esaminava come l’uso dei social media porti a un minor benessere, mentre un minor benessere non porta all’uso dei social media.
Nel frattempo, nel corso di un’altra ricerca del 2016, era stato chiesto a degli adulti di non usare Facebook per una settimana, mentre altri avrebbero continuato. Chi si era tenuto lontano dal social network aveva finito la settimana più sereno, meno solo e meno depresso.
Cos’altro si è perso?
Molti genitori potrebbero preoccuparsi che i ragazzi passino così tanto tempo sul telefono, perché ciò rappresenta una rottura radicale con la loro adolescenza di un tempo. Stare tutto questo tempo sugli schermi non è però solo diverso: è davvero peggiore, e in molti modi.
Stare meno tempo con gli amici significa sviluppare meno attitudine alla socialità. Uno studio del 2014 ha verificato come ragazzini tra gli 11 e i 12 anni che avevano frequentato un campeggio senza usare gli schermi mostravano una maggiore capacità di leggere le emozioni sui volti altrui, indicando come le vite sature di tablet e smartphone degli iGen potrebbero atrofizzare la loro socialità.
Inoltre, gli iGen leggono libri, riviste e giornali in misura molto minore di quanto le generazioni precedenti facessero in gioventù: nell’indagine annuale Monitoring the Future, la percentuale di liceali degli ultimi anni che avessero letto autonomamente un libro o una rivista quasi ogni giorno era crollata dal 60% del 1980 al 16% del 2015. Come risultato probabile di questo calo, dal 2005 la media SAT del punteggio relativo alla lettura è calata di 14 punti. Ho saputo da ambienti universitari come gli studenti hanno difficoltà a leggere periodi lunghi, e raramente affrontano il libro di testo previsto.
Non voglio certo dire che ci sia poco da fare, per i giovani iGen. Sono fisicamente più sicuri e protetti, e più tolleranti delle generazioni precedenti. Sembrano inoltre avere una più forte etica del lavoro, e attese più realistiche di quanto i Millennials mostrassero alla loro età. Lo smartphone minaccia però di farli deragliare ancora prima della partenza.
Per essere chiari, un uso moderato dello smartphone e dei social media – fino a un’ora al giorno – non causa problemi di salute mentale. Tuttavia molti ragazzi (e adulti) passano molto più tempo sul loro telefono di quanto dovrebbero.
Con una mia certa sorpresa, i giovani iGen che ho intervistato mi hanno detto che  piuttosto che comunicare via telefono vorrebbero vedere i loro amici di persona.
I genitori tendono a preoccuparsi se i loro figli passano troppo tempo con gli amici – come fosse una distrazione, o un’esposizione al rischio di cattive compagnie o una perdita di tempo. Potrebbe invece essere ciò di cui gli iGen hanno bisogno.

How the smartphone affected an entire generation of kids



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New research is putting the first generation of kids to grow up with the smartphone into sharp relief. Olga Tropinina
Jean Twenge, San Diego State University
As someone who researches generational differences, I find one of the most frequent questions I’m asked is “What generation am I in?”
If you were born before 1980, that’s a relatively easy question to answer: the Silent Generation was born between 1925 and 1945; baby boomers were born between 1946 and 1964; Gen X followed (born between 1965 and 1979).
Next come millennials, born after 1980. But where do millennials end, and when does the next generation begin? Until recently, I (and many others) thought the last millennial birth year would be 1999 – today’s 18-year-olds.
However, that changed a few years ago, when I started to notice big shifts in teens’ behavior and attitudes in the yearly surveys of 11 million young people that I analyze for my research. Around 2010, teens started to spend their time much differently from the generations that preceded them. Then, around 2012, sudden shifts in their psychological well-being began to appear. Together, these changes pointed to a generational cutoff around 1995, which meant that the kids of this new, post-millennial generation were already in college.
These teens and young adults all have one thing in common: Their childhood or adolescence coincided with the rise of the smartphone.

What makes iGen different

Some call this generation “Generation Z,” but if millennials aren’t called “Generation Y,” “Generation Z” doesn’t work. Neil Howe, who coined the term “millennials” along with his collaborator William Strauss, has suggested the next generation be called the “Homeland Generation,” but I doubt anyone will want to be named after a government agency.
A 2015 survey found that two out of three U.S. teens owned an iPhone. For this reason, I call them iGen, and as I explain in my new book “iGen: Why Today’s Super-Connected Kids are Growing up Less Rebellious, More Tolerant, Less Happy – and Completely Unprepared for Adulthood,” they’re the first generation to spend their adolescence with a smartphone.
What makes iGen different? Growing up with a smartphone has affected nearly every aspect of their lives. They spend so much time on the internet, texting friends and on social media – in the large surveys I analyzed for the book, an average of about six hours per day – that they have less leisure time for everything else.
That includes what was once the favorite activity of most teens: hanging out with their friends. Whether it’s going to parties, shopping at the mall, watching movies or aimlessly driving around, iGen teens are participating in these social activities at a significantly lower rate than their millennial predecessors.
iGen shows another pronounced break with millennials: Depression, anxiety, and loneliness have shot upward since 2012, with happiness declining.
The teen suicide rate increased by more than 50 percent, as did the number of teens with clinical-level depression.

A link that can’t be ignored

I wondered if these trends – changes in how teens were spending their free time and their deteriorating mental health – might be connected. Sure enough, I found that teens who spend more time on screens are less happy and more depressed, and those who spend more time with friends in person are happier and less depressed.
Of course, correlation doesn’t prove causation: Maybe unhappy people use screen devices more.


Social media use has been tied to unhappiness. Olga Tropinina

However, as I researched my book, I came across three recent studies that all but eliminated that possibility – at least for social media. In two of them, social media use led to lower well-being, but lower well-being did not lead to social media use.
Meanwhile, a 2016 study randomly assigned some adults to give up Facebook for a week and others to continue using it. Those who gave up Facebook ended the week happier, less lonely and less depressed.

What else is lost?

Some parents might worry about their teens spending so much time on their phones because it represents a radical departure from how they spent their own adolescence. But spending this much time on screens is not just different – in many ways, it’s actually worse.
Spending less time with friends means less time to develop social skills. A 2014 study found that sixth graders who spent just five days at a camp without using screens ended the time better at reading emotions on others’ faces, suggesting that iGen’s screen-filled lives might cause their social skills to atrophy.
In addition, iGen reads books, magazines and newspapers much less than previous generations did as teens: In the annual Monitoring the Future survey, the percentage of high school seniors who read a nonrequired book or magazine nearly every day dropped from 60 percent in 1980 to only 16 percent in 2015. Perhaps as a result, average SAT critical reading scores have dropped 14 points since 2005. College faculty tell me that students have more trouble reading longer text passages, and rarely read the required textbook.
This isn’t to say that iGen teens don’t have a lot going for them. They are physically safer and more tolerant than previous generations were. They also seem to have a stronger work ethic and more realistic expectations than millennials did at the same age. But the smartphone threatens to derail them before they even get started.
To be clear, moderate smartphone and social media use – up to an hour a day – is not linked to mental health issues. However, most teens (and adults) are on their phones much more than that.
Somewhat to my surprise, the iGen teens I interviewed said they would rather see their friends in person than communicate with them using their phones. Parents used to worry about their teens spending too much time with their friends – they were a distraction, a bad influence, a waste of time.
The ConversationBut it might be just what iGen needs.
Jean Twenge, Professor of Psychology, San Diego State University
This article was originally published on The Conversation. Read the original article.

Video collection: Be internet Awesome

Visto che i nostri ragazzi sono dei veri e propri divoratori di Youtube, indirizziamoli verso video didattici.
Sicurezza online e apprendimento dell'inglese. Direi che è un buon esercizio per il fine settimana. Oggi abbiamo selezionato per voi questo delizioso, Un lavoro di Google che introduce concetti elementari e rafforza l'immagine di un confronto tra ragazzi famiglia e scuola.

Interland.

Sebbene disponibili al momento solo in lingua inglese, i giochi sono accessibili anche dall’Italia. A caratterizzarli è uno stile colorato e divertente, un modo efficacie per trasmettere i concetti base legati alla sicurezza online senza annoiare i più piccoli.

Per ottenere il massimo da internet i ragazzi devono essere preparati e avere confidenza con le potenzialità ma consapevoli dei rischi.
WWW World Wide Web. Un mondo da esplorare ma consapevoli di cosa ci si può trovare davanti.